ATTENTATO ALLA VERITA’
(commento al libro sulla strage del 2.8.1980 “Storia Nera” di Andrea Colombo)
SOMMARIO
2. Le notizie preventive della strage
3. La rete di relazioni, i significati e gli obiettivi della strage
4. La protezione dei servizi segreti
5. Le motivazioni dell’omicidio di Francesco Mangiameli
6. Le testimonianze Loreti e Sparti
8. La spregiudicate acrobazie di alcuni giudici
E’ un dato di fatto che l'impostazione ricostruttiva del processo sulla strage di Bologna del 2.8.80, benchè incompleta, ha retto a molteplici gradi di giudizio ed è sfociata in due sentenze definitive nei processi paralleli a carico di Fioravanti-Mambro e di Ciavardini. Il vaglio di tanti giudici diversi in tre fasi di giudizio, replicato per due, rappresenta una ulteriore garanzia piuttosto inconsueta.
Certamente i dubbi costituiscono un motore che può aiutare ad approssimarsi sempre di più alla verità. Sono una ricchezza come lo sono la capacità critica ed il coraggio di confrontarsi con la soluzione giudiziaria affermata in sentenze, dove confrontarsi significa, però, operare con spirito laico e sottrarsi a suggestioni ed a manovre deliberatamente studiate a fini di condizionamento. Se si vuole dare un giudizio critico sull'esito della vicenda processuale (comunque utile), si ha tuttavia il dovere di esaminare in modo completo tutti i materiali disponibili, non selezionando solo quello che può convenire a sostenere una tesi precostituita.
E chi si appresta ad operazioni di questa natura, oggi deve avere l’accortezza di cautelarsi e di verificare se, accanto alla comprensibile aspirazione dei condannati di ottenere una revisione della sentenza di condanna, non vi sia anche una parallela strategia rivolta a suscitare un movimento di opinione strumentale a quella finalità. Tanto è legittimo dedurre dalle dichiarazioni del medico che era in servizio presso la struttura carceraria di Pisa ove fu ricoverato Massimo Sparti, il dott. Ceraudo, il quale riferì che il detenuto Gabriele De Francisci, amico di Valerio Fioravanti, a proposito dei dubbi sulla testimonianza Sparti, ebbe a dirgli che non si erano ancora rivolti alla magistratura perché “sarebbe stato necessario prima attivare uno scoop giornalistico”. Una strategia inaccettabile conseguenza di una abitudine che si va consolidando alla celebrazione di processi mediatici, spesso rivolti a condizionare il giudizio delle Corti, che nella società dell’informazione talvolta non riescono a rimanere indenni dalle relative suggestioni[1].
Ma, a fronte della mancanza di nuove prove in grado di ribaltare la condanna, l’obiettivo potrebbe essere anche quello più circoscritto, ma politicamente non meno rilevante, di essere riconosciuti almeno sul piano mediatico come vittime sacrificali di una condanna pronunziata per fini di persecuzione politica. La costruzione di un “attentato alla verità” oggi vale quanto valeva nel 1980 un vero e proprio attentato terroristico.
E, ciononostante, resta encomiabile l’impegno di chi, estraneo a queste vicende, autonomamente ed in buona fede si è fatto carico di un possibile errore giudiziario. Per altro verso, è possibile anche comprendere l’aspirazione dei condannati ad allontanare da sé l’accusa, anche solo sul piano morale, di avere il 2 agosto del 1980 deliberatamente cagionato, in tempo di pace ed al di fuori di un teatro di guerra, una strage di 85 morti e oltre 200 feriti. Delle persone oramai cinquantenni, a prescindere dallo loro effettiva responsabilità, difficilmente possono convivere con il disprezzo che quell’accusa alimenta.
Ed è possibile anche comprendere che una persona come Andrea Colombo con il peso del suo passato in Potere Operaio, a quanto reso noto dalla stampa, possa nutrire comprensione nei confronti di questi condannati ed essere spinto a semplificare la storia di quegli anni, riversando simmetricamente sugli avversari di un tempo lo stesso schema di approccio all’estremismo politico che egli sarebbe portato ad attribuire all’attività dell’organizzazione di cui avrebbe fatto parte.
Franco Freda in un suo libello pubblicato nel 1969 (“La disintegrazione del sistema”), aveva preconizzato una intesa con l’estremismo rivoluzionario di sinistra, prevedendo che una volta giunti al traguardo ciascuno sarebbe poi andato per la sua strada (“ entrambi vogliamo compiere ciò che deve essere fatto: arrivare sino alla foce. Se per noi giungere alla foce significa aver compiuto solo una parte del viaggio mentre per costoro il viaggio è terminato (o segue direzioni diverse), ciò non toglie che il viaggio lungo il fiume debba essere per entrambi compiuto e che le correnti debbano essere per entrambi superate“.[2] Nessuno dei due terrorismi ha realizzato l’obiettivo che si era posto ed i reduci dei due schieramenti (vedi Brachetti e Mambro) ora tentano di ricostruire insieme una storia che li assolva dai propri errori.
Non sappiamo se Andrea Colombo sia un romanziere o un giallista, ma certamente non ha la dote dello storico, ancorché ne manifesti la presunzione. La esposizione della sua “Storia Nera” – che per la verità nel sottotitolo viene specificata come la verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti – è resa in modo suggestivo e coinvolgente, ma per le modalità della esposizione, i vaghi riferimenti alle fonti, le omissioni, le valutazioni sbrigative, sembrerebbe non avere alcuna pretesa di rendere una interpretazione distaccata ed obiettiva di quanto avvenne in quegli anni[3]. Eppure tenta di imporsi come controaltare alle sentenze, ai 20 anni di lavoro dei giudici, che per mestiere ed esperienza utilizzano tecniche e modalità di valutazione e di esposizione di tutt’altra natura.
Chi in questi anni ha aderito alle tesi difensive dei condannati della strage di Bologna, e le ha poste a confronto con le grossolane semplificazioni delle motivazioni delle sentenze di condanna che circolano, lo ha fatto ignorando alcuni punti fermi del processo. Ignorando, ad esempio, sotto il profilo del metodo, che le sentenze di grado successivo al primo non possono essere lette da sole, ma presuppongono sempre il costrutto delle sentenze dei gradi precedenti, di cui rappresentano solo una integrazione o una correzione per gli aspetti che hanno subito modifica. E supponendo anche che possa pervenirsi ad una sentenza di condanna sulla esclusiva base di prove dirette, mentre il sistema processuale – anche del nuovo codice di procedura penale pur basato sul modello accusatorio – ritiene congruo che una condanna possa fondarsi su indizi, purché molteplici, univoci e concordanti. Ma qui siamo ben al di là del processo puramente indiziario: insieme ad indizi, aventi le caratteristiche indicate, sono state raccolte anche prove dirette su circostanze decisive del processo. Se per legittimare una condanna dovessimo ritenere valide solo le “prove regine” del nostro ordinamento, la confessione diretta e la flagranza, dovremmo rinunziare in partenza ad ogni possibilità di pervenire alla verità in un processo per strage.
Sul piano dei contenuti, coloro che ipotizzano piste internazionali, di vario colore, si ricollegano ad astratte ipotesi, casomai compatibili con situazioni contingenti, ma prive di qualsiasi riscontro ed avulse dal contesto storico italiano. Ed a dimostrazione di questa astrattezza rinunziano a chiedersi come mai di un progetto di strage si sia avuta notizia da più fonti, prima che essa si verificasse, solo negli ambienti dell’estremismo di destra. Ed anche a chiedersi quale motivo avrebbero potuto avere supposti terroristi internazionali a coprire un gesto così eclatante con una simbologia (la città di Bologna, quella tratta ferroviaria, la seconda classe, il primo sabato del mese di agosto) che attraverso questa molteplicità di segnali riconduce direttamente alla storia dell’eversione italiana (attentato al tremo Italicus del 4/8/1974 come i tanti altri attentati, senza vittime, tentati o realizzati sulla stessa tratta). Una simbologia, che ritornerà ancora sulla stessa linea ferroviaria con la strage di Natale del 23.12.1984 (altra data in cui era previsto un grande esodo di massa), assolutamente inspiegabile se utilizzata da terroristi internazionali. E si tratta di circostanze che non possono essere liquidate come dati di contorno o come frutto di occasionali coincidenze, posto che quella strage politica si inserisce in una sequenza che ha segnato in modo impressionante la storia del paese nei decenni precedenti e successivo: da Piazza Fontana[4], ed indietro ancora da Portella delle Ginestre.
Le ricostruzioni innocentiste, inoltre, rifiutano del tutto, e con un semplicismo disarmante, di riconoscere i meccanismi di strumentalizzazione dei gruppi giovanili da parte del livello politico e strategico dell’eversione di destra e le relative protezioni da parte di centri di potere sommerso, che nel corso della storia democratica d’Italia hanno intrecciato strategie convergenti con i primi e custodito gelosamente i relativi segreti. Un misconoscimento che esprime una scelta politica, ancorché calata all’interno di un lavoro che a parole ambisce a contribuire alla ricostruzione storica. Questa scelta finisce per coincidere con il desiderio di quanti vorrebbero cancellare il proprio passato che ha, forse anche involontariamente, favorito il disegno stragista teso ad allontanare il PCI ed una parte della DC ritenuta con esso collusa, dal governo del paese.
a) La prima notizia preventiva della strage non è stata ricostruita a posteriori, con argomentazioni opinabili o suscettibili di interpretazioni di varia natura, ma risulta oggettivamente dalla dichiarazione acquisita il 10 luglio del 1980 dal giudice Giovanni Tamburino, Giudice di Sorveglianza di Padova, che raccolse e documentò, prima della strage, la dichiarazione di un detenuto, Vettore Presilio[5], il quale aveva appreso in carcere da Roberto Rinani, componente di una cellula eversiva facente capo a Massimiliano Fachini[6], di cui erano notori e pacifici i legami con Franco Freda, che “nella prima settimana di agosto” vi sarebbe stato un attentato esplosivo del quale avrebbero parlato tutti i giornali del mondo. Vettore Presilio riferì anche che Roberto Rinani, gli aveva confidato che l’attentato terroristico sarebbe stato seguito dall’uccisione, da eseguirsi ai primi di settembre, del giudice Stiz, che aveva svolto le indagini sulla strage di Piazza Fontana nei confronti di Franco Freda. Per una banale coincidenza l’attentato al giudice Stiz non fu portato a termine, ma fu trovata traccia del furto delle divise e della vettura militare che erano state finalizzate ad esso, furto eseguito da persone appartenenti al gruppo di Valerio Fioravanti, che operava anche a Milano insieme a quegli esponenti della delinquenza milanese (Addis Mauro appartenente alla banda Vallanzasca) che si occuparono di reperire prima del 2 agosto e mettere a disposizione dello stesso Fioravanti il rifugio a Gandoli, nei pressi di Taranto utilizzato sino al gennaio 1981. Ed è lo stesso Fioravanti ad ammettere che Gilberto Cavallini manteneva i contatti con Massimiliano Fachini. Le notizie raccolte dal giudice Tamburino furono portate a conoscenza dei carabinieri, ma non ne fu tratta alcuna occasione per una attività di carattere preventivo[7]. Sembrerebbero però essere venute a conoscenza del col. Spiazzi nella cui disponibilità nel 1983 fu rinvenuto il cd. “appunto Prati” nel quale si accenna all’attentato da eseguirsi dopo la strage di Bologna ai danni di un magistrato mediante una finta scorta dei carabinieri (si tratta verosimilmente proprio dell’attentato al giudice Stizt programmato per il mese di settembre).
b) Contemporaneamente e sempre prima della strage il col. Amos Spiazzi – già implicato a metà degli anni ‘70 nel processo nei confronti della organizzazione eversiva “la Rosa dei Venti”[8] - fornì ai servizi segreti informazioni su quanto si agitava nel mondo neofascista con particolare riferimento all’attività di tale Ciccio, poi da lui stesso indicato in Francesco Mangiameli, informazioni che vennero trasfuse, in data anteriore al 2 agosto, in un documento interno dei servizi segreti e successivamente in un articolo pubblicato sull’Espresso di fine agosto 1980[9]. Lo stesso Spiazzi ha poi ammesso che le sue notizie facevano esplicito riferimento ad un progetto di attentato terroristico[10]. In un altro e successivo documento rinvenuto nel 1983 nella disponibilità dello Spiazzi (il cd. appunto Prati) si esprimevano perplessità in ordine al fatto che le indagini si stavano sviluppando “per ragioni oscure” nei confronti di Chicco Furlotti (pista indicata da Giorgio Farina) anziché nei confronti di Ciccio Mangiameli, si esprimeva la convinzione che questi fosse protetto dal Ccs (Centro di controspionaggio) e si opinava che l’iniziativa dell’intervista (verosimilmente quella dell’Espresso) dovesse servire per avvertire questi di astenersi dal portare ad esecuzione ulteriori attentati ed in particolare quello ai danni di un magistrato che avrebbe dovuto essere realizzato mediante una finta scorta dei carabinieri (si tratta verosimilmente dell’attentato al giudice Stizt previsto per settembre del quale aveva riferito prima del 2 agosto Vettore Presilio)[11].
c) Amos Spiazzi, non sappiamo se a scopo provocatorio o altrimenti strumentale, dalle informazioni di cui disponeva aveva anche tratto occasione per commissionare a Marco Affatigato - prima della strage e per il tramite di Soffiati Marcello (ristoratore vicentino che risulta aver frequentato in passato la base statunitense di Camp Derby) – un documento, poi sequestrato, che disegnava il possibile funzionamento di un nuovo quadro istituzionale che presupponeva la presa del potere da parte delle Forze Armate. Marco Affatigato nell’immediatezza della strage fu indicato, prima dal questore di Lucca (a suo tempo già impegnato nelle indagini su piazza Fontana) e poi dai servizi[12], come uno degli autori dell’attentato alla stazione di Bologna ed a seguito della prima segnalazione gli fu sequestrato quel documento. Egli era stato già segnalato come delatore dalla rivista Quex ed alcuni estremisti di destra tentarono anche di far convergere su di lui sospetti in relazione alla esplosione del DC9 Itavia avvenuta due mesi prima sul mare di Ustica. Il tutto si prospetta come un tentativo reiterato ed insistente di farne un capo espiatorio ancora prima che la strage fosse portata ad esecuzione, un depistaggio ante literam verso una pista internazionale, posto che Affatigato viveva in Francia e manteneva rapporti con l’estremismo di destra francese.
d) Non furono le uniche notizie preventive della strage. Se ne parlava già in un lungo documento elaborato nel 1979[13] in carcere da Mario Tuti, Giorgio Invernizzi, Guido Giannettini, Gianni Ferorelli ed altri delinquenti comuni appartenenti alla banda Vallanzasca, politicizzati in carcere. In questo documento si preannunziava esplicitamente un attentato terroristico di grande impatto emotivo (“l’aereo da bombardamento del popolo”) come la strada necessaria per smuovere la borghesia conservatrice ed indurla, di concerto con le Forze Armate, ad un colpo di mano antidemocratico. Il documento prevedeva, dopo la fase dello stragismo, una progressione rivoluzionaria attraverso l’impegno in operazioni di guerriglia urbana, che a Bologna si manifestarono concretamente con le azioni dei Nuclei Sconvolti per la Sovversione Urbana nei confronti di zingari e gli extracomunitari, obiettivi questi già additati come possibile oggetto di aggressioni in un documento riferibile a Ordine Nuovo.
e) E proprio da Padova – la città di Fachini - proveniva ancora un altro documento sequestrato nel mese di agosto 1980 a Latina a tale Battaglia Carlo (gravitante negli ambienti romani di Terza Posizione) nel quale esplicitamente si parlava di attentati “dai quali non sarebbero usciti che fantasmi”, di “ripristinare il terrore”, si affermava che “bisogna arrivare al punto che i treni e le strade siano insicure,” e si faceva riferimento ad un esercito di legionari pronti alla guerra totale contro lo Stato[14]. Si tratta degli stessi legionari cui faceva riferimento anche la corrispondenza tra Freda e Tuti della primavera 1980, che evidenziava in modo per nulla equivoco come essi dal carcere stavano organizzando le leve di un nuovo esercito di soldati politici, sui quali si auspicava sarebbe calata la repressione dello Stato, che nel documento di Tuti e nella corrispondenza di Freda si riteneva esplicitamente utile per compattare il movimento ed incrudire la guerra contro lo stato democratico. E’ un fatto che Andrea Colombo non ignora che vi era un arcipelago eversivo di estrema destra che in quell’estate del 1980 era in guerra contro lo Stato e che non voleva assolutamente essere da meno rispetto alle gesta delle BR, che in qualche modo gli stavano spianando la strada;
f) ed in una lettera del 4 maggio 1980[15] il detenuto Angelo Izzo, che nel carcere di Trani era ammesso a frequentare Concutelli e Freda, aveva già commentato con soddisfazione i progetti eversivi, che si andavano elaborando nel corso di questi incontri, con le parole “gravi lutti addurranno agli achei”;
g) la minaccia telefonica di un attentato giunta prima del rinvio a giudizio di Mario Tuti per la strage dell’Italicus e prima del 2 agosto 1980 al telefono dell’abitazione del giudice Vella, di cui ha riferito la persona subentrata nell’appartamento dopo il trasloco del giudice;
h) nel marzo 1980 ed ancora 10 giorni prima di essere ucciso nel giugno successivo il sostituto procuratore di Roma Mario Amato aveva segnalato in modo molto accorato nel corso di una audizione dinanzi al CSM che la destra eversiva, sollecitata da imputs provenienti da Tuti e Concutelli, dall’interno delle carceri, era in grande fermento, che stava organizzando qualcosa di grosso di cui non era ancora riuscito a mettere a fuoco i particolari. Era arrivato ad affermare: «Siamo in pratica alle soglie di una guerra civile »;
i) Segue tutta una serie di riferimenti testimoniali di persone gravitanti nell’area della estrema destra che ebbe sentore di quanto era in preparazione (Mario Guido Naldi, Mirella Robbio moglie di Mauro Meli, Giorgio Farina, etc.). Non mancarono casi di persone ricercate che si costituirono in carcere per evitare di rimanerne coinvolti.
Ci si chiede, con preoccupazione, per quale motivo Andrea Colombo non abbia dato conto di tante anticipazioni e della particolarità che esse fossero tutte coerenti e si riferissero tutte allo stesso ambiente.
I collegamenti di Fioravanti con gli ambienti eversivi e criminali milanese, romano e padovano erano strettissimi, tant’è che fu Mauro Addis, un uomo della banda Vallanzasca, a procurargli – prima della strage - il covo di Gandoli, nei pressi di Taranto, dove Fioravanti e Mambro si rifugiarono dopo il 7 agosto. Ed al momento dell’arresto a Padova nel febbraio 1981, Fioravanti risultò in contatto con un pregiudicato di grosso calibro dedito al traffico di cocaina. Altrettanto significativi i rapporti con la banda romana della Magliana non solo attraverso la persona di Massimo Sparti, ma anche quella di Massimo Carminati[16].
Per ammissione pacifica degli interessati, Valerio Fioravanti dopo la strage di Bologna si rifugiò a Gandoli, nei pressi di Taranto, perché nel carcere di quella città era stato intanto trasferito o doveva essere trasferito Pierluigi Concutelli, del quale avrebbe dovuto favorire la fuga, il cui progetto avrebbe dovuto essere eseguito da Valerio Fioravanti insieme a Francesco Mangiameli secondo un piano messo a punto nel corso dei sui viaggi a Palermo.
Esso era parte di un progetto complessivo che prevedeva un omaggio a tutti i tre capi dell’eversione di destra[17]: l’attentato al giudice Stiz in omaggio a Freda, la fuga di Concutelli, l’attentato di Bologna in previsione del deposito della sentenza della strage dell’Italicus, che fu firmata dal giudice Angelo Vella proprio il 1° agosto[18] con un pesante apprezzamento sulla massoneria, di cui si confermava la funzione di copertura svolta a favore degli autori di quella strage. E Mario Tuti, che in relazione a quella strage fu rinviato a giudizio, aveva anche esplicitamente teorizzato nel documento citato sub 2/d che l’azione terroristica avrebbe dovuto essere accompagnata dalla notizia preventiva dell’attentato che sarebbe stato poi commesso – cosa che di fatto si verificò - in quanto ciò avrebbe accentuato un atteggiamento di profonda sfiducia dei cittadini nei confronti dei governanti che non erano stati in grado di evitarla.
Peraltro anche Giorgio Farina aveva riferito di avere ricevuto nel mese di maggio la richiesta da Dario Perdetti di un quantitativo di esplosivo, per il compimento di un attentato volto a "celebrare degnamente" la strage dell' `Italicus', da compiersi alla stazione ferroviaria di Bologna, con un anticipo di due giorni rispetto all'anniversario della strage dell'`Italicus' (che ricorreva il 4 agosto).
E che i capi indiscussi dell’eversione di destra fossero davvero Freda, Tuti e Concutelli lo testimoniano numerosi documenti dell’epoca. Lo ammette lo stesso Andrea Colombo. E che essi svolgessero dalle carceri un ruolo strategico inserito nel tessuto eversivo[19] risulta, come si è detto, dalla interessante corrispondenza, che fu a suo tempo sequestrata, tra i tre leader.
Tutte le iniziative terroristiche di quel periodo si riferiscono ad eventi processuali e furono mirate contro le istituzioni direttamente o indirettamente investite dei processi nei confronti del terrorismo nero: compreso l’attentato al CSM, l’attentato al Ministero della Giustizia ed al carcere di Regina Coeli, l’omicidio Amato. Ad esse seguirono le esecuzioni, le minacce ed i propositi nei confronti di coloro che avevano rischiato di compromettere l’organizzazione (Mangiameli, Pizzari, Buzzi, C.Palladino – effettivamente uccisi - Ciavardini, Fiori, Adinolfi, Massimi, Fachini[20], etc.)
Sostiene Andrea Colombo che fu naturale che nella immediatezza della strage gli investigatori ritenessero che “l’attentato doveva essere nero perché il terrorismo rosso imperversava sì da anni, ma aveva fatto sempre un uso molto limitato degli esplosivi”. Anche questa valutazione esprime una lettura riduttiva che sorvola sulla natura dello stragismo e sulla sua strutturale differenza rispetto alle forme di terrorismo, quelle delle BR ed analoghe compagini, rivolte alla eliminazione selettiva di personalità rappresentative. Lo stragismo si caratterizza, invece, con atti terroristici verso obiettivi indifferenziati, rivolti nei confronti di un numero indeterminato di persone in modo tale da indurre in una situazione di soggezione e minaccia tutti i cittadini, intesi come massa indistinta e nei cui confronti per evidenti motivi ideologici viene espresso un profondo disprezzo[21]. Non si può ignorare tout court che chi ha organizzato in Italia la politica delle stragi politiche che, in una impressionante sequenza, nella fase più acuta ha interessato il periodo 1969/1984, ha nel proprio patrimonio ideologico un profondo odio verso il genere umano, una intolleranza radicale verso i suoi sentimenti di solidarietà, verso la sua disponibilità a confrontarsi con qualsiasi libera espressione del pensiero ed a pervenire ad una scelta politica attraverso il ricorso agli istituti democratici; che questi atteggiamenti non sono rapportabili a scelte individuali ed isolate, poiché esiste un retroterra culturale, ideologico, politico e economico nell’ambito del quale esse maturano e dalle cui sollecitazioni sono attivati; che coloro che hanno insanguinato in tempo di pace il nostro paese non avevano alcuna disponibilità a praticare le strade del confronto democratico e quasi a compensare questa loro inadeguatezza hanno espresso il loro profondo disprezzo per chi le praticava con il lugubre messaggio dello stragismo[22]; che la vischiosità degli atteggiamenti in proposito assunti in varie sedi istituzionali fu dettata dal timore che risultasse evidente la mancanza di legittimazione democratica di quelle forze politiche legate a centri di potere occulto, la cui sopravivenza era stata ritenuta utile a sostenere scelte politiche moderate o involutive. Non a caso negli scritti della destra eversiva Aldo Moro, il cui sequestro ed assassinio ha preceduto di due anni la strage di Bologna, viene descritto come un comunista ed il suo assassinio visto come una occasione da sfruttare per cambiare il clima politico nel paese.
Il documento di Mario Tuti[23], come tanti altri, ne esplicita ancora più chiaramente il senso, a dispetto della lettura forzatamente riduttiva e superficiale che ne ha fatto Andrea Colombo il quale ha scritto che quel documento “come dichiarazione di fede stragista è un bel po’ tirata per i capelli, ma soprattutto riflette il pensiero di Mario Tuti, non quello dei Nar “. Ricorda Gigi Marcucci[24] che Tuti in quel documento definisce il “cecchinaggio” (cioè gli attentati contro i singoli) insufficiente a creare la crisi delle istituzioni e l’attentato terroristico, non necessariamente rivendicato, il vero aereo da borbandamento del popolo, capace di portare la popolazione a disprezzare lo Stato per la sua incapacità a difendersi e a difenderla…da offensive indiscriminate atte a seminare il panico”. Non spiega Andrea Colombo neanche come mai Fioravanti fosse impegnato, e lo ammette egli stesso, a realizzare una parte di quel piano elaborato da un livello politico, di cui era parte Mario Tuti, costituita anche dal progetto di evasione di Pierluigi Concutelli. Non spiega i rapporti che i suoi sodali mantenevano con Massimiliano Fachini e i detenuti della banda Vallanzasca che elaborarono insieme a Tuti quel documento stragista. Non spiega Andrea Colombo la fitta corrispondenza tra Fioravanti e Mario Tuti[25] ed il senso di quella di Mario Tuti a Francesca Mambro, con la quale il primo invita, o meglio diffida, la seconda a non fornire alcuna collaborazione agli inquirenti([26]). Ricorda l’Avvocato della Stato Fausto Baldi[27], che le effettive circostanze in cui si è consumato l'omicidio Mangiameli avevano gettato la Mambro nello sconforto più assoluto facendole balenare sospetti infamanti su Valerio Fioravanti, tanto gravi da farla ritrovare con "dubbi assillanti" sull'intera vicenda Mangiameli, così come la stessa si è espressa nella lettera a Mario Tuti del 16.11.1982, sequestrata nel corso delle indagini del cosiddetto Processo Quex. E’lecito presumere che gli assillanti dubbi della Mambro riguardassero i rapporti collusivi tra il suo attuale marito ed i Servizi Segreti a vertice pidue, che, sotto un certo profilo, paiono aver "commissionato" la criminalizzazione del movimento politico Terza Posizione e addirittura la soppressione di Francesco Mangiameli, ritenuto oramai troppo pericoloso.
L’ideologia e la strategia stragista, peraltro, è la stessa profondamente calata nella testa dei capi del sistema mafioso, che l’hanno praticata a piene mani e che i giudici di Firenze hanno ritenuto responsabili tanto della strage del rapido 904 del 1984, quanto di quella dei Georgofili del 1993. Ed è stato accertato, sia pure a posteriori – dopo che il processo sulla strage del 2 agosto era stato già celebrato - che Pippo Calò e la Banda della Magliana già nel 1980 si erano serviti per alcune delle loro imprese di Massimo Carminati, i cui rapporti con Valerio Fioravanti sono trattati da Andrea Colombo con il consueto semplicismo. Ma questa è una storia che deve essere ancora approfondita.
E sorvola Andrea Colombo anche sul carattere degli obiettivi delle stragi che si sono succedute con cadenza pressoché quadriennale dal 1969 al 1984: le manifestazioni sindacali, la città di Bologna, i treni, i grandi esodi popolari alla vigilia delle vacanze, la seconda classe, con tutto il carico di simbolismo che queste occasioni di aggregazione, questa città assumeva nel quadro politico italiano, peraltro esplicitato in numerose dichiarazioni acquisite al processo ed in quel documento che rappresenta una delle principali chiavi di interpretazione della strategia eversiva di destra che è rappresentato dagli atti del Convegno dell’Istituto Pollio tenutosi all’Hotel Parco dei Principi nel 1965[28].
Su questo punto Andrea Colombo tradisce il pregiudizio del suo taglio interpretativo e scrive: “In realtà, delle trasformazioni che l’estrema destra aveva vissuto nella seconda metà degli anni Settanta Amato aveva colto ben poco. Ipotizzava una trama molto simile a quella disegnata per l’estrema sinistra dal giudice padovano Guido Calogero, il magistrato che teorizzava l’esistenza di un’unica, occulta tolda di comando dietro l’apparenza frastagliata del terrorismo rosso, e credeva di averla individuata nella vecchia leadership di Potere operaio, gruppo della sinistra extraparlamentare il cui scioglimento, nel lontano ’73, era stato per Calogero solo una messa in scena. Amato proponeva una versione di destra di quel «teorema Calogero», sulla base del quale erano stati incarcerati nel ’79 tutti i principali leader del vecchio PotOp, con l’accusa di essere la vera direzione strategica del terrorismo rosso. Per il pm romano anche la galassia dell’estremismo di destra, in apparenza ancora più divisa di quella dell’altra sponda, era invece sostanzialmente unitaria. E a tirare i fili erano i soliti leader della vecchia destra extraparlamentare, dei gruppi che si erano sciolti da soli, come Avanguardia nazionale, o che erano stati messi fuori legge come Ordine nuovo”.
E, difatti, l’approccio di tanti innocentisti è basato su una supposta frammentazione ed autonomia dell’arcipelago eversivo dell’estrema destra, nell’ambito del quale si sono ipotizzate strategie alternative e contrastanti tra i vari gruppi, frutto di uno spontaneismo non riconducibile ad alcuna logica unitaria. Un approccio che ha convinto anche alcuni giudici di Roma, Milano e Padova, sostanzialmente privati della occasione di esaminare interi settori del materiale probatorio acquisito e vincolati dal mandato ad eseguire una valutazione del solo fenomeno eversivo sottoposto al loro esame.
Per un lungo periodo l’unico ad insistere perché il terrorismo nero venisse preso sul serio fu il sostituto procuratore romano Mario Amato. Lasciato praticamente da solo, aveva protestato spesso e inutilmente per la mancanza di un adeguato impegno di polizia e magistratura su questo fronte, sino a inoltrare le sue rimostranze al Consiglio Superiore della Magistratura[29]. Nel mese di marzo 1980 e poi ancora dieci giorni prima di essere ucciso - e 40 giorni prima della strage di Bologna - davanti alla prima commissione referente del CSM Mario Amato aveva pronunciato il suo atto d’accusa: «Siamo in pratica alle soglie di una guerra civile ». E per questo allarme pagò con la vita per mano della banda di Fioravanti dopo che lo stesso CSM aveva già subito una grave intimidazione con un grave attentato esplosivo davanti alla sua sede.
Andrea Colombo, riprendendo le parole di Fioravanti, sostiene che a partire da questa giusta intuizione, però, il PM romano aveva sviluppato un teorema, del tutto errato. Era convinto “che il florilegio di attentati apparentemente spontanei, privi di collegamenti e di strategie comuni, rispondesse in realtà a un disegno eversivo unitario e compatto”. Riteneva che dietro i ragazzini in armi si nascondessero ben più astuti registi, i vecchi golpisti di sempre: «Io parlo di tipi come Franco Freda, come Paolo Signorelli, come Sandro Saccucci, come Giovanni Ventura». Sostiene Andrea Colombo che egli – e come lui i giudici di Bologna - ignoravano o sottovalutavano sia le fratture tra vecchia e nuova generazione neofascista sia le tensioni che andavano lacerando l’estremismo di destra. E ancora riprendendo le parole di Francesca Mambro: «Nel suo teorema Amato metteva tutto insieme, noi e i vecchi fascisti. Per noi era un’offesa quasi personale. Era come dirci che stavamo con i servizi, che eravamo al soldo di qualcuno… Non eravamo la continuazione di niente, a differenza di tutti gli altri, di C.L.A., che era una filiazione di On, o di Tp, derivata da An. In un certo senso, l’omicidio Amato è stato anche, sia pur paradossalmente, un’operazione di rottura con il nostro ambiente lo abbiamo scelto come capro espiatorio di tutti i luoghi comuni contro di noi» .”
Ritenere questo assunto reso dalla parte dei terroristi come una chiave di interpretazione ed un dato di fatto, addirittura indiscutibile, costituisce manifestazione palese dell’errore di metodo, specie se da esso poi si trae argomento per levare valore ad una serie di indizi, al contrario tra loro tutti coerenti. Solo nelle parole postume degli stessi interpreti di questo arcipelago si legge di un contrasto tra i vari gruppi, mentre nella sostanza costoro operavano secondo la logica di una competizione sinergica che lo stesso Mario Tuti aveva suscitato attraverso la formula dello spontaneismo armato.
Non spiega, ad esempio, Andrea Colombo come mai Fioravanti nel suo primo interrogatorio dopo l’arresto (salvo poi a smentire senza alcuna convincente spiegazione se stesso nei successivi interrogatori) abbia ammesso di essere stato una sera, prima del Natale del 1979, a cena da Paolo Signorelli, confermando le dichiarazioni rese in proposito da Marco Massimi che, anch’egli presente alla stessa cena, ne aveva tratto un quadro allarmante di cui aveva riferito allo stesso Mario Amato prima che questi fosse ucciso per mano della banda Fioravanti.
Inoltre Fioravanti manteneva contatti con il livello Fachini, Freda, Tuti[30]. Si tratta di un livello di tutto rispetto e di rapporti inequivocabili che Tuti e Freda mantenevano anche con tutte le altre organizzazioni. E rapporti Mambro e Fioravanti li mantennero anche con Sergio Calore, il cui referente politico era Paolo Signorelli, ancorché essi ne parlino come di un personaggio equivoco.
Lo stesso volantino di rivendicazione dell’omicidio Amato, nonostante il suo contenuto fuorviante, può aiutare a comprendere come la presa di distanza dalle altre organizzazioni dell’arcipelago neofascista fosse solo strumentale. Esso viene scritto, difatti, alla fine di giugno 1980 nel momento cioè in cui Valerio Fioravanti mantiene ancora strette iniziative di collaborazione progettuale con Francesco Mangiameli, che di Terza Posizione è uno dei leader, ed al fine di liberare dal carcere Pierluigi Concutelli, che è il leader operativo di Ordine Nuovo. Dunque, sono solo strumentali le affermazioni contenute in quel volantino del mese di giugno di avere rotto tutti i rapporti con quelle organizzazioni. Riferisce Andrea Colombo che il testo della rivendicazione si apre dichiarando che ormai i Nar non esistono più, prosegue con una lunga invettiva contro tutta la destra, si conclude con l’annuncio che i terroristi dei Nar «tornano a casa». «Chiariamo subito» - esordisce il volantino intitolato appunto “Nar chiarimento” - «che i Nar hanno chiuso i battenti da un pezzo. Ciò vuol dire che le varie telefonate, rivendicazioni, smentite e volantini sono il frutto non di scissioni o correnti all’interno dei nuclei ma, piuttosto, il parto dei vari “eroi fascisti” che di eroico hanno solo la lingua… Ai vari membri delle “Grandi Organizzazioni Fasciste” (An, On ecc.) diciamo poi: Non ci rompete i coglioni, non avete mai fatto niente e non farete mai niente»..» In queste parole, però si legge tutt’altro che il ritiro da ogni iniziativa, come sostiene Andrea Colombo, si legge semmai il preannunzio di una iniziativa dalla quale occorreva prendere preventivamente le distanze, che non avrebbe potuto essere rivendicata, ed il passaggio ad un livello politico diverso, occulto. Si legge la volontà di forzare l’iniziativa dell’arcipelago eversivo. La conclusione è tutt’altro che la presa d’atto di una sconfitta, come sostiene Andrea Colombo, quanto piuttosto l’annuncio di iniziative dettate da fini di vendetta, come esplicitamente viene affermato nello stesso volantino: «Data la nostra entità numerica, a noi non resta che la vendetta. Il massimo che possiamo fare è vendicare i camerati uccisi o in galera... Noi ora torniamo alle nostre case, continuando la solita vita, in vista della prossima vendetta». E non poteva trattarsi del segnale della fine di una stagione, non solo per questo esplicito riferimento ad obiettivi proiettati in avanti nel tempo, ma anche perché Fioravanti si preoccupò di precostituirsi per l’omicidio Amato un alibi che in qualche modo preludeva a preservare la sua futura attività terroristica[31].
Il piano in cui rientra la strage di Bologna fu per l’appunto questo: una vendetta ed un omaggio ai capi del movimento che erano ristretti in carcere.
E, difatti, è lo stesso Andrea Colombo ad ammettere che i Nar avevano scritto che, tra i neofascisti della vecchia generazione, due soli se ne potevano salvare, Mario Tuti e Concutelli: «Gli unici che hanno tentato qualcosa (Concutelli, Tuti) sono stati subissati dalle vostre infamie». Ed è un fatto che il 1° agosto fu depositata la sentenza che rinviava a giudizio Mario Tuti per la strage dell’Italicus.
Anche la asserita diversità tra i gruppi di Avanguardia Nazionale e quelli di Ordine Nuovo, è annullata dalla verifica che i documenti della prima organizzazione furono poi pubblicati come documenti della seconda previa modifica della sola intitolazione e qualche insignificante modifica testuale. La competizione che vi era tra i vari gruppi romani segnava solo il livello e l’ambito operativo diverso con l’ambizione di ciascun gruppo di guadagnarsi l’autorevolezza necessaria per assumere maggiore peso agli occhi dei livelli politici. A parte le chiacchiere degli imputati costituite prevalentemente da amplificazioni di fisiologiche gelosie tra i vari gruppi operativi, da nulla si desume che le diversità si traducevano anche in contrasti tali da annullare ogni possibilità di rispondere ad un medesimo centro politico. La strategia dello spontaneismo armato sollecitata da Tuti e Freda rappresentava proprio il più lucido disegno per ottenere il massimo del rendimento, ed avere poi la possibilità di selezionare i soggetti più adatti per le azioni più delicate: quelle che rispondevano alle esigenze del livello politico.
Scrive ancora Andrea Colombo: “I giudici continueranno a crederci persino quando le diverse aree dell’estremismo nero, le stesse che dietro la facciata divisa dovrebbero rispondere a un’unica centrale di comando e partecipare a un identico progetto, cominceranno, ben poco unitariamente, a spararsi addosso. Se scontavano un limite era la mancata conoscenza dell’estremismo di destra e dei suoi percorsi recenti. …Il primo permette di ignorare il fatto che la nuova generazione fascista, e i Nar più di tutti, appare molto diversa da quella precedente. ….Quando poi risulterà palese l’inesistenza di rapporti e contatti tra le vecchie centrali eversive e i pistoleri dei Nar, e cadrà così ogni possibile movente di tipo «golpista», supplirà un secondo pregiudizio: la «pazzia» dei Nar, o più precisamente di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Per loro stessa ammissione, i Nar non hanno mai pensato di potere essere tanti e tanto forti da ambire alla conquista del potere, e comunque hanno sempre ribadito di essere disinteressati a questo obiettivo, da sempre il fine ultimo delle lotte rivoluzionarie. Ma che razza di terroristi sono quelli che lottano e uccidono non però per imporre un’idea, che continuano a sparare e ad ammazzare pur sapendosi destinati a una sconfitta ineluttabile? Più che di terrorismo politico, in questo caso si dovrebbe parlare di nichilismo e follia, di gente che uccide tanto per non annoiarsi, oppure perché non sa fare a meno di eseguire ordini altrui o infine perché è stata pagata.” Ma poi si contraddice: “Le Brigate rosse da un lato e il partito del golpe dall’altro erano terroristi nel senso classico del termine. Pensavano che il trionfo della rivoluzione rossa, o della reazione nera, fosse possibile, forse imminente.” Ma per far quadrare il cerchio aggiunge che: “I Nar, l’unica vera banda armata di estrema destra alla fine degli anni Settanta, non potevano neppure nutrire questa illusione. Non disponevano dei contatti eccellenti che vantavano i golpisti agli inizi del decennio né potevano contare su un movimento di massa rivoluzionario come le Br alla fine dello stesso. Il nucleo operativo dei Nar si contava sulle dita di una mano o poco più.”
Eppure, con un minimo di logica ricostruttiva, il progetto di evasione di Concutelli, di cui era parte Fioravanti, non poteva essere considerato estraneo ad progetto eversivo di più ampia portata. Eppure il progetto descritto nel documento di Mario Tuti prevedeva espressamente di offrire con questa strategia uno strumento per la ripresa di controllo del paese da parte delle forze conservatrici e militari. Prevedeva espressamente che questa iniziativa dovesse servire a stimolare e sollecitare i ceti conservatori. Certo non si trattava di un progetto golpista, ma di un progetto terroristico che avrebbe dovuto svolgere una azione di sollecitazione rivolta ai livelli superiori affinché si determinassero ad assumere una iniziativa di alterazione del sistema democratico. E doveva servire a galvanizzare e compattare intorno a questa prospettiva il frastagliato mondo dell’eversione di destra.
Non è necessario soffermarsi anche sul contenuto dell’analogo documento scritto da Paolo Signorelli, perché quest’ultimo è stato tirato fuori da questo processo. Ma il documento sequestrato a Marco Affatigato commissionato da Amos Spiazzi, non può essere liquidato con superficialità e disaggregato dalle analogie che presenta con il documento di Mario Tuti. Ed allora il piano di evasione di Concutelli non si propone al di fuori di un contesto coerente, né può apparire del tutto avulso da ogni concreta possibilità di essere stato ipotizzato come un possibile sbocco verso traumatiche trasformazioni istituzionali da parte di persone, che forse avevano perso il senso della realtà e il contatto con il tessuto vivo del paese. Ma non si può negare che la rappresentazione dello sfascio del paese in quegli anni era palpabile, dal momento che appena due anni prima Aldo Moro era stato sequestrato mentre si recava in Parlamento per ottenerne la fiducia come Capo del Governo designato; che appena due anni dopo venne ucciso il Prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Della Chiesa, che lo stesso anno fu ucciso il Presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella e che una serie di altri omicidi eccellenti avevano esposto realmente il paese in una condizione di generale destabilizzazione. E non può essere dimenticato che negli stessi anni la P2 – come è stato accertato dal Parlamento attraverso i lavori della Commissione Anselmi - aveva steso sulle istituzioni del paese una pesante trama intesa a condizionarne le iniziative per subordinarle ad una politica autoritaria. Non è necessario ricercare gli estremi di un vero e proprio attentato alle istituzioni democratiche. Per quanto riguarda la finalizzazione della strage è sufficiente potere affermare che un disegno politico eversivo fu comunque presente nell’azione dei terroristi. E’ troppo semplicistico supporre che invece esso non esisteva e sulla base di questo assunto argomentare che non poteva esistere neanche una strategia eversiva alla quale potessero fare riferimento i NAR.
Risulta per tabulas (il ritrovamento di una valigia con dell’esplosivo sul treno Taranto/Milano e le dichiarazioni del m.llo Sanapo) che i dirigenti dei servizi segreti Belmonte e Musumeci avevano predisposto in quella valigia una falsa rappresentazione di documenti che artificiosamente ricollegavano alcuni giovani neofascisti italiani con esponenti ed organizzazioni terroristiche di carattere internazionale. Evidentemente nel tentativo, risultato vano, di annullare i rapporti che invece questi mantenevano con un supporto politico e strategico tutto italiano che andava ben al di là del giovane Fioravanti[32]. Peraltro i servizi segreti nell’attività di depistaggio non hanno mai accusato i NAR, che al contrario hanno protetto, escludendo espressamente una responsabilità del gruppo in quanto tale. Nell’ultimo rapporto, per così dire conclusivo (del mese di agosto 1981), firmato dal gen. Santovito - quando pure era in ferie forzate perché risultato iscritto nelle liste della P2, il direttore ebbe a recarsi in servizio solo quel giorno, proprio per firmare questo rapporto da inviare all’A.G - si affermava (nonostante le informazioni di cui già disponeva provenienti quanto meno dal col. Spiazzi e dal sedicente cap. Segatel di cui riferisce Mirella Robbio) che i NAR nulla avevano a che fare con la strage del 2 agosto e si aggiungeva che se era possibile che qualche giovane dello spontaneismo armato fosse stato coinvolto nel delitto, ciò costituiva iniziativa del tutto personale, non ascrivibile ai NAR. Questo rapporto è la prova documentale ed oggettiva che il SISMI ha accuratamente protetto e “favorito” Fioravanti, giungendo ad affermare che, quand’anche uno dei terroristi con i quali aveva rapporti avesse avuto una qualche responsabilità nella strage, ciò sarebbe stato ascrivibile ad una iniziativa personale per i rapporti intessuti da quel giovane con l’organizzazione straniera responsabile del massacro, e non già per la sua militanza nei NAR. Di tale inspiegabile atteggiamento dei servizi si era meravigliato anche il col. Amos Spiazzi nel suo “appunto Prati” cui si è fatto cenno al punto 2/a.
L’esigenza forte e determinata al depistaggio verso un livello organizzativo riferibile a centrali eversive europee ed in particolare francesi, che portasse lontano da Fioravanti e dai NAR, che è già percepibile nel documento sulle FF.AA. e con le prime notizie che indicavano l’Affatigato, diventa eclatante con l’operazione “terrore sui treni” che portò al ritrovamento della valigia. In questo caso inquietante non è solo la circostanza della responsabilità di due ufficiali dei servizi segreti, accertata con sentenza passata in giudicato, ma anche il passaggio dalla banda della Magliana, alle mani di Massimo Carminati e poi a quelle degli ufficiali dei servizi del mitra MAB riconosciuto da Maurizio Abatino: i servizi avevano, dunque, anche un rapporto materiale e concreto con gli ambienti eversivi di casa nostra che consentiva loro di ricevere da essi a richiesta delle armi.
Peraltro, per quanto Fioravanti (che i NAR impersonava) affermi di non essere stato colluso con i servizi segreti, sono stati accertati anche altri fatti sintomatici della rilevanza che i servizi attribuivano alla sua protezione. In particolare: egli benché raggiunto da gravissimi precedenti penali fu reclutato come ufficiale dell’esercito e poi, quando fu individuato come autore del furto di un’intera cassa di bombe a mano Srcm[33], fu lasciato libero di agire e non venne denunciato all’autorità giudiziaria[34].
Prescindiamo in questa sede dalla ipotesi, che i fatti pur sembrano autorizzare, della esigenza di occultare anche collegamenti che avrebbero potuto ricondurre ad una ipotesi di collaborazione organizzativa nella strage stessa, ma è certo che le relazioni che si erano determinate tra il livello politico dell’eversione di destra ed i settori deviati dei servizi segreti agli inizi degli anni ’70 (emerse nel corso delle indagini sul Golpe Borghese, sull’Italicus ed Italicus bis) imponevano comunque ai servizi un onere di soccorso e di occultamento di tutti i pregressi legami che potessero coinvolgerli. Evidentemente Fioravanti rappresentava il collegamento con il livello politico eversivo che avrebbe dovuto restare assolutamente coperto. E molti hanno ancora interesse a tenere coperto.
E ci si chiede, allora, come mai Andrea Colombo abbia sottratto queste circostanze di fatto alle sue valutazioni.
Due fatti subito sin dal mese di agosto si rappresentarono all’attenzione di Valerio Fioravanti come un pericolo che il suo nome venisse legato alla strage di Bologna. La pubblicazione sul numero dell’Espresso di fine agosto dell’articolo contenente i riferimenti di Amos Spiazzi a tale Ciccio e la identificazione alla stazione di Bologna di Sergio Piacciafuoco che il 2.8.1980 a Bologna si qualificò come Vailati Enrico ed il 10.5.1980 a Merano aveva utilizzato le generalità di Vailati Eraclio. Entrambi erano idonei ad orientare le indagini degli investigatori sul Mangiameli che lui aveva intensamente frequentato negli ultimi mesi. E per tale motivo ovviamente agli occhi del Fioravanti il Mangiameli rappresentò un pericolo. Fioravanti e la Mambro erano stati ospiti dei coniugi Mangiameli in varie occasioni e da ultimo nella casa di Trefontane nel week-end appena precedente la strage prima che questi ultimi due facessero ritorno alla base di Treviso ove li aspettavano Cavallini e Ciavardini. Non occorreva, dunque, solo eliminarlo ma anche tagliare ogni possibilità che venissero scoperte queste relazioni. Fioravanti ha ammesso di averlo ucciso, ma si preoccupò anche di zavorrare il cadavere per evitare che la constatazione dell’omicidio sollecitasse una maggiore curiosità da parte dei giudici[35]. La Corte di Assise di Roma, che ha condannato gli autori di questo omicidio, ha accreditato la tesi di Fioravanti secondo il quale esso sarebbe stato causato da motivi futili[36], ma quei giudici non poterono che limitarsi a recepire le dichiarazioni dell’imputato confesso e non furono in grado di scandagliare tutti i possibili moventi che erano fuori dell’ambito esplorativo del processo. Le due ragioni appena indicate non potevano essere fuori dell’attenzione di Fioravanti.
Le generalità “Vailati Eraclio”, utilizzate da Picciafuoco che si trovava sul luogo della strage, erano in grado di stabilire un collegamento con Alberto Volo[37] - dagli organi di polizia già conosciuto come intimo amico di Mangiameli - presente all’ultimo incontro di questi con Fioravanti e la Mambro nella casa di Trefontane. Il Volo disponeva infatti di una patente falsa con le generalità “Vailati Adelfio” [38] significativamente riconducibili alla stessa ideazione sia per il cognome che per la comune origine greca e la rara utilizzazione dei nomi. Fioravanti aveva motivo di addebitare a Mangiameli l’ingenuità di aver consentito di legare anche attraverso questo generalità replicate il suo nome alla strage del 2 agosto. Il Volo era tanto consapevole di essere esposto ad un possibile coinvolgimento che ha ammesso di avere spedito lui stesso il 30 agosto 1980 alla Questura di Palermo la lettera anonima manoscritta che collegava la responsabilità della strage a Mangiameli (ed allo stesso mittente, che in tal modo da una parte si garantiva da ritorsioni e dall’altra avrebbe potuto sempre dimostrare la sua buona fede in quanto autore della segnalazione). Le diverse giustificazioni dell’omicidio Mangiameli fornite dal Fioravanti e sostenute da Andrea Colombo non tengono conto di questo intreccio complesso di elementi probatori, del quale né Picciafuoco né altri sono riusciti a fornire alcuna spiegazione in qualche modo credibile. La pretesa causalità della coincidenza del cognome “Vailati” viene del tutto annullata dalla rarità e dalla particolarità dell’origine greca dei due nomi “Adelfio” ed “Eraclio” in qualche modo riferibile alla qualità di professore di greco del Volo[39].
D’altra parte – e ciò è veramente straordinario – furono gli stessi militanti palermitani di Terza Posizione che, solo due giorni dopo l’omicidio e prima che qualsiasi investigatore potesse pensare ad una relazione con la strage, diffusero un volantino nel quale attribuivano l’omicidio Mangiameli agli stessi autori della strage di Bologna.
Andrea Colombo è davvero convinto che solo per un insignificante litigio su una banalità Valerio Fioravanti possa aver deciso di ammazzare una persona con cui negli tempi aveva intensamente collaborato per realizzare un progetto “politico” che assorbiva tutto il proprio modo di essere, determinandosi anche ad occultare accuratamente il suo cadavere ?
La sentenza di primo grado ha analizzato questo retroterra ritenendo necessario seguire uno schema metodologico di accertamento basato sull’approssimazione progressiva alla verità: dall’ambiente, ai progetti, agli strateghi, ai gruppi, agli esecutori tutti inseriti in cerchi concentrici l’uno interno all’altro: prima individuando l’area di provenienza della strage sino agli esecutori. Una prova diretta dimostra che le enunciazioni della destra eversiva alla vigilia del 2 agosto erano dirette a compiere un attentato terroristico di grande impatto emotivo. Diverse prove su circostanze significative ed una molteplicità di indizi univoci e concordanti, hanno portato i giudici ad affermare la responsabilità di coloro che all’interno di quell’area concretamente realizzarono l’attentato. Ma non è detto che costoro abbiano elaborato anche la decisione di compierlo, stabilendo il quando ed il come. Costoro ricevettero l’imput una sera della fine luglio del 1980 mentre si trovavano a Palermo e come trottole si spostarono repentinamente in pochi giorni dall’estremo sud all’estremo nord del paese e viceversa. Uno di loro Luigi Ciavardini, si lasciò scappare l’informazione per gli amici che non era il caso di prendere quel treno che partiva dal Sud la notte tra il primo ed il due agosto, e che avrebbe potuto rischiare di trovarsi nei pressi della sala d’aspetto in coincidenza con l’esplosione.
I tentativi di svalutare su questo punto la testimonianza di Cecilia Loreti, che direttamente collega i condannati alla strage, non intaccano minimamente le argomentazioni svolte dei giudici di Bologna che hanno retto ai vari vagli processuali. Che la telefonata c’era stata lo aveva confermato anche la Venditti ed a nulla vale che questa, a posteriori, ingiustificatamente poi sostenga – e lo confermi a distanza di 20 anni e dinanzi ad un giornalista - di non ricordarlo, dopo che l’amico Pizzari aveva pagato con la vita l’imprudenza di avere indirettamente cagionato la condanna degli imputati. La testimonianza Loreti e quella di Massimo Sparti vengono svalutate con argomenti che per la verità non hanno neanche alcuna supponenza di porsi in una posizione di terzietà, ma dichiaratamente sono presentati con la foga di chi ha sposato una posizione di parte. E se ciò non bastasse vi sono quei riscontri esterni, quale l’atto giudiziario presentato nel processo di separazione di Massimo Sparti nel quale questi descrive la condotta della moglie rivolta a costringerlo a dichiarare il falso, le iniziali contraddizioni degli interessati e quella lettera di Mario Tuti a Francesca Mambro, fortunosamente intercettata, nella quale il primo sembra dare per scontata la responsabilità di Fioravanti e Mambro e li sollecita a non parlare. Pare essere, poi, sfuggito ad Andrea Colombo che Sparti è stato riscontrato positivamente in senso addirittura totale, e come tale è stato ritenuto attendibile, persino da quella Corte d'Assise d'Appello che con la sentenza 18.7.1990, poi annullata dalla Corte Suprema, aveva mandato assolti Fioravanti e Mambro. Anche quel giudice fu costretto ad ammettere che "Sparti ha detto il vero riferendo della visita del Fioravanti e della Mambro; egli ha pure riferito del contenuto del colloquio avuto con il giovane amico e della sua pressante richiesta di documenti freschi..... ha, infine, percepito e riferito il tremendo accenno del Fioravanti ad un coinvolgimento suo e della Mambro nella strage avvenuta a Bologna appena due giorni prima". Sparti è quindi pienamente attendibile (quel giudice, non potendo dubitare della attendibilità di Sparti, ritenne che era possibile che Valerio Fioravanti potesse essersi falsamente attribuita agli occhi dello Sparti la responsabilità della strage).[40]
Peraltro sono puntuali in proposito le osservazioni del giornalista Saverio Ferrari pubblicate su “Liberazione” del 27 maggio 2007: “Nel capitolo dedicato alla "demolizione" della credibilità di Massimo Sparti, colui che raccontò come due giorni dopo la strage Fioravanti e Mambro lo avessero messo al corrente delle loro responsabilità, richiedendogli urgentemente due documenti falsi, minacciando in caso contrario di far male al figlio, Andrea Colombo omette alcuni elementi fondamentali. Dopo aver irriso la testimonianza di Fausto De Vecchi, il mediatore tra Sparti e il falsario dei documenti, che comunque confermò, fatto processuale assolutamente rilevante ("Si presentò da me lo Sparti e mi disse che c'erano Giusva con la fidanzata che dovevano sparire e avevano bisogno di documenti di identità", udienza dell'8 gennaio 1990, dibattimento in Corte di assise d'appello), tralascia incredibilmente di ricordare che fu la stessa Mambro a sostenere che si rivolsero davvero in quei giorni allo Sparti, ma che i documenti richiesti dovevano però servire a Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi di Terza posizione ("Effettivamente vennero richiesti allo Sparti…dovevamo fare la rapina all'armeria di piazza Menenio Agrippa", che avvenne appunto il 5 agosto, dichiarazione resa da Francesca Mambro al giudice istruttore di Bologna il 25 agosto 1984). Sparti dunque non "favoleggia" di "incontri", come scritto da Andrea Colombo. Non solo, l'autore dimentica anche come questa versione sui motivi dell'incontro con Sparti sia poi risultata per nulla credibile: Fiore e Adinolfi non erano infatti latitanti e non avevano alcun bisogno di documenti, ma soprattutto i due erano ricercati proprio dagli stessi Mambro e Fioravanti che li volevano uccidere per "ripulire l'ambiente infestato da furbacchioni". Per altro, fu lo stesso Fiore a negare la circostanza di aver mai chiesto a Fioravanti e Mambro documenti falsi. “
Sono numerose le altre argomentazione evidenziate nella richiesta di archiviazione del PM Paolo Giovagnoli, tra le quali estremamente significativa la circostanza che il breve periodo di ritrattazione dello Sparti (la ricollocazione dell’incontro a settembre anziché agosto) avvenne proprio dopo la sua scarcerazione giustificata dalle necessità operatorie che poi si rivelarono basate su una prognosi sbagliata.
Ma la presenza il 2 agosto a Bologna di persone riconducibili a quello specifico ambiente eversivo risulta anche dalla documentata presenza alla stazione di una persona, Sergio Picciafuoco, comunque collegata tramite il documento Vailati con chi (Alberto Volo) nei giorni appena precedenti la strage si trovò in compagnia di Fioravanti e la Mambro a casa di Mangiameli a parlare di cose che lo spaventarono al punto da suggerirgli di spedire la lettera anonima che chiamava in causa quest’ultimo per le responsabilità sulla strage.
Sostiene Andrea Colombo che vi sarebbe stato un tentativo di spostare l’onere della prova sugli imputati. Non è vero. Al contrario egli ricorre al metodo di irridere agli elementi di prova senza andare alla radice del fatto storico che essi introducono nel processo e senza tentare di dare alcuna spiegazione alle molteplici e contraddittorie versioni fornite dagli interessati. Certamente chi è realmente responsabile di un delitto si trova nella impraticabile condizione di dovere dimostrare che quella prova o quell’indizio non sono veri o non sono concludenti, e tanto più la prova o l’indizio sono significativi e concludenti, tanto più il suo tentativo sarà difficile. Ma sarà addirittura impossibile se egli si sia già bruciata ogni possibilità di attribuire alle proprie dichiarazioni un minimo di affidabilità, fornendo senza alcuna spiegazione nella immediatezza dei fatti e reiteratamente versioni risultate false e contraddittorie. Il sistema processuale non consente all’imputato di rifiutare una prova o di scegliere tra esse quella che più gli conviene, ma solo di chiedere che sia dichiarata inammissibile o di dimostrare che sia falsa o inconcludente. Se Mambro, Fioravanti e Ciavardini fossero stati in condizioni di farlo, avrebbero potuto esercitare gli strumenti processuali che l’ordinamento ha messo reiteratamente a loro disposizione, esercitando il diritto a difendersi ed attraverso il contraddittorio dibattimentale e/o valorizzando con adeguate tecniche argomentative le ragioni delle diverse versioni fornite, e ancora mette a loro disposizione consentendo di dedurre nuove prove attraverso l’istituto della revisione.
Osserva l’Avvocato dello Stato Fausto Baldi nel citato documento:
“Nessuno ha mai sostenuto, che la mancanza di un alibi o le sole contraddizioni potessero costituire elemento accusatorio a carico di Fioravanti e Mambro. “La mancanza di un alibi è in realtà elemento assolutamente inutilizzabile per l'attribuzione della responsabilità penale; neppure il fatto che un imputato, privo di alibi, menta per costruirsene uno, può di per sé essere indice di colpevolezza" . Fioravanti e Mambro non hanno però soltanto mentito per cercare di munirsi di un alibi di cui erano privi, ma, in maniera totalmente diversa, hanno profuso menzogne nel tempo sempre differenti, con aggiustamenti continui, che di volta in volta cercavano di tener conto degli accertamenti nel frattempo compiuti dagli inquirenti. In via di estrema sintesi, si è accertato che le circostanze che marcano la progressività del mendacio degli imputati forniscono anche la prova dell'accordo collusivo da loro raggiunto, dopo circa quattro anni dalla strage con Luigi Ciavardini, quello stesso Ciavardini che Fioravanti e la Mambro, dopo aver ucciso Francesco Mangiameli, verso la metà del mese di settembre, ricercavano per sopprimerlo e farlo tacere per sempre, in quanto temevano che egli fosse per loro "una bomba vagante" (testuale espressione dello stesso Ciavardini). Di grandissima rilevanza è poi il fatto che gli ultimi aggiustamenti della versione concordata nel 1984 siano intervenuti dopo tredici anni, nel corso del giudizio di rinvio dalla Corte di Cassazione, allorché gli imputati hanno ulteriormente ritoccato le loro versioni. È anche importante notare come le circostanze relative al mendacio speso per accampare falsi alibi, non si sono verificate solo nell'ambito processuale, dopo l'arresto degli imputati, i quali già da prima, subito dopo la consumazione del delitto, quando erano ancora latitanti, avevano avvertito l'esigenza di diffondere significative menzogne nel loro stesso ambiente, (e così Valerio Fioravanti aveva detto a Belsito e Vale che aveva trascorso la giornata del 2 agosto 1980 insieme a Gilberto Cavallini a Treviso, e a quest'ultimo avrebbe dichiarato di essere stato quel giorno in Puglia insieme a Belsito e Vale - vedi dichiarazioni di Sordi del 15.12.1983, convalidate dallo stesso Cristiano Fioravanti. Senza dover ripercorrere la miriade di artificiose e false dichiarazioni rese di volta in volta da Fioravanti e Mambro, tra l'altro anche in insanabile contrasto tra di loro, si ritiene sufficiente segnalare come sulla stessa presenza o meno di Luigi Ciavardini con loro nel Veneto, in quel periodo e quello stesso 2 agosto 1980, si sono verificati i primi significativi contrasti, e sono state profuse le prime evidenti menzogne. Così, invero Valerio Fioravanti in tutti i suoi numerosi interrogatori resi sino al 1984 si è detto assolutamente sicuro che in quel periodo, e certamente il 2 agosto 1980 Ciavardini non era stato visto da nessuno di loro, e men che mai aveva passato la mattina di quel giorno in loro compagnia (vedi ad esempio int. del 2.6.1982, nel quale, dopo aver integralmente confermato le dichiarazioni rese il 25.5.1981, ribadiva di essere del tutto sicuro che Ciavardini, il 2.8.1980 non era con lui e la Mambro). Valerio Fioravanti fino al 1984 è stato talmente preoccupato di negare di aver anche solo visto Ciavardini il giorno della strage, che indusse pure il fratello a rendere dichiarazioni del tutto conformi; così, infatti, Cristiano nell'interrogatorio reso il 6.5.1982 disse di aver appreso dai diretti interessati che essi avevano trascorso la giornata del 2.8.1980 insieme a Cavallini e Giorgio Vale, e che con loro non vi era certo Ciavardini (va fatto rilevare che il 6.5.1982 Giorgio Vale era stato appena ucciso dalle forze di polizia e che tutti i protagonisti del gruppo terroristico di Fioravanti hanno sempre mentito nell'indicare in Giorgio Vale il motociclista che il 23.6.1980 aveva condotto Cavallini sul luogo dell'attentato al Dott. Mario Amato, al fine di favorire il vero responsabile, Luigi Ciavardini). Palesi e significative sono le menzogne che sulla circostanza in questione hanno sempre caratterizzato le dichiarazioni di Valerio e Cristiano Fioravanti, di Gilberto Cavallini e di Francesca Mambro. Va aggiunto che ciononostante, talmente sicura è stata la prova conseguita sulla responsabilità del Ciavardini, quale effettivo conducente della motocicletta, che lo stesso è stato condannato per questo delitto con sentenza divenuta definitiva. E' anche importante segnalare quanto dichiarato da Sordi, Tisei, Izzo, Furiozzi e Ansaldi. In particolare Sordi - vedi int.(3) 15.12.83, nonché dep. (4), al dibattimento di I e II grado - ha riferito che Cristiano Fioravanti si era determinato a mentire agli inquirenti per assecondare una richiesta pervenutagli in tal senso dal fratello, accusando falsamente Vale per l'omicidio Amato, al fine di scagionare Ciavardini. Tisei nella deposizione resa al dibattimento di I grado relativo all'omicidio del Dott. Amato, ha fornito puntuale e precisa conferma di tutto ciò. Furiozzi - dep.(5) del 8.4.86 - ha dichiarato che Cristiano ebbe a riferirle che il fratello gli aveva raccomandato di coprire la responsabilità di Luigi Ciavardini per l'omicidio Amato, in quanto Ciavardini "sapeva cose inerenti alla strage di Bologna". Ansaldi ha reso importanti dichiarazioni sull'atteggiamento di Cristiano nei riguardi del fratello Valerio, e, infine, lo stesso Cristiano Fioravanti il 4.3.1988 - dich. acquisite dalla Corte di Assise di Bologna con ordinanza 29.3.1990 - si è lasciato andare ad uno sfogo di sincerità rivelando particolari inediti di notevole importanza e riferendo anche sconcertanti circostanze su alcuni singolari comportamenti tenuti da avvocati prestigiosi; particolari che forniscono anche stupefacente riscontro ad altre dichiarazioni rese da Stefano Soderini, e da Massimo Sparti, le quali, in ultima analisi servono a far capire quali sconvolgenti interessi si agitino dietro la figura di Valerio Fioravanti e quanto serie possano essere le preoccupazioni di inquinare la giustizia alfine di celare i retroscena della strage del 2 agosto e di altri eclatanti delitti.”
È, dunque, solo nell'interrogatorio del 26.4.1984 che Valerio Fioravanti – dando seguito alla dichiarazioni rese dalla Mambro nel marzo del 1982 - afferma di essersi sempre sbagliato in precedenza e riferisce che la mattina del 2 agosto 1980 vi era con lui e la Mambro anche Luigi Ciavardini. Ai limiti dell'incredibile è la - risibile – giustificazione: ha infatti sostenuto di essere rimasto vittima di un lapsus mnemonico dovuto al fatto che in quel periodo loro erano soliti tenere Ciavardini costantemente nascosto in una camera dell'appartamento della Sbroiavacca, per non farlo vedere alla madre di quest'ultima ed ai vicini di casa; era così successo che a furia di tenerlo sempre nascosto egli era finito con il cancellare nella sua memoria il ricordo di questa nascosta presenza.
La realtà è che quella copertura sulle responsabilità di Ciavardini nell’omicidio Amato rappresentò, sino alla condanna definitiva di questi intervenuta per quel delitto il 22.11.1991, lo strumento di ricatto utilizzato da Fioravanti per evitare il rischio di rimanere coinvolto da sue eventuali dichiarazioni sulla strage. Questa preoccupazione, temuta in ragione delle leggerezze comportamentali del Ciavardini e della sua fragilità (“è una bomba vagante”), fu dapprima affrontata negandone la presenza in loro compagnia nei giorni prossimi al 2 agosto. Poi Fioravanti prese atto della affermazione sfuggita nel corso dell’interrogatorio del marzo 1982 a Francesca Mambro in ordine alla presenza del Ciavardini e tutti finirono per ammettere la circostanza legando le reciproche sorti con un nesso tenuto fortemente vincolato da quella copertura.
Ci si chiede cosa possa avere spinto Andrea Colombo ad ignorare questi atteggiamenti processuali evitando di dare una qualsiasi spiegazione alle ambiguità ed alle dichiarazioni, sempre diverse ed adattate al caso, di Valerio Fioravanti.
Nel valutare le risultanze processuali i giudici hanno fatto ricorso alle basilari metodologie giudiziarie di valutazione critica delle prove e delle dichiarazioni degli imputati in relazione alle circostanze di tempo ed alle condizioni in cui furono rese, avendo ben chiaro il contesto generale appena descritto. Tecniche che Andrea Colombo, e quanti altri hanno compiuto una esegesi simile alla sua, sembrano ignorare del tutto o rifiutare per una scelta consapevole di rinunzia ad assumere una posizione critica nei confronti del racconto degli interessati. Ma è un dato di fatto che spesso la verità diventa percepibile proprio attraverso le menzogne.
Ed è inaccettabile, peraltro con un approccio di tale superficialità, il tentativo di avallare una trama di verità virtuale facendo passare come diffusa nell’opinione pubblica la convinzione dell’innocenza degli imputati, nella vaga prospettiva di poter poi indurre dei giudici – la competenza sarebbe della Corte di Appello di Ancona – a prenderne atto nella occasione di un ipotetico giudizio di revisione. Come non è accettabile che una persona condannata in via definitiva per strage diventi l’interlocutore privilegiato di giudici di altre sedi che ne raccolgano acriticamente le dichiarazioni e che involontariamente gli restituiscano, con l’apparenza percepita di una controprestazione, l’occasione per costruirsi a posteriori un alibi.
E’ quanto meno disarmante a tale proposito le condotta del giudice Salvini che – nella ricostruzione di Valerio Fioravanti riportata da Andrea Colombo - lo consulta per ottenerne valutazioni nella ricostruzione dell’altro attentato di piazza Fontana, emerge tutto il contrario del distacco e del vaglio critico che un giudice dovrebbe mantenere nello svolgimento di indagini tanto delicate: “In quello stesso periodo mi chiamò Salvini, che io conoscevo dai tempi dell’inchiesta sugli omicidi di Fausto e Iaio a Milano, nel ’78. Sospettava di me, ma si è sempre comportato in maniera più che corretta, senza trucchi. Mi fece una proposta molto semplice: “Vorrei che lei leggesse il rinvio a giudizio che ho appena fatto sull’inchiesta bis per piazza Fontana e mi dicesse che ne pensa”. Conoscevo quel suo modo di agire, come dire, ai margini della procedura, ma mai al di fuori della stessa. Aveva fatto qualcosa di simile proprio nell’inchiesta su Fausto e Iaio: quando le indagini si erano arenate, aveva dato gli indirizzi mio e di Francesca alle madri dei due giovani assassinati. Le donne ci scrissero e noi rispondemmo, con tutta l’emozione e il dolore che esce fuori in questi casi. «Sicuramente non è procedura abituale, per un magistrato, mettere in contatto vittime e colpevoli, o presunti colpevoli come nel nostro caso. Ma a noi sembrò di capire che sì, forse era anche un modo per far pressione sulle nostre coscienze, indurci a confessare o ad accusare qualcuno dei nostri amici, ma era anche un modo di integrare la freddezza degli atti giudiziari con un tocco di umanità. Rimasi sorpreso dalla proposta di Salvini, ma apprezzai il fatto che non mi avesse promesso premi o cose del genere….La sua proposta restava interessante e onesta, e l’accettai. «Alcuni giorni dopo ci rivedemmo. Gli dissi senza giri di parole quello che pensavo: le ipotesi che faceva su piazza Fontana erano molto ragionevoli, ma non aveva le prove…. Salvini mi disse che la mia condanna per Bologna non gli sembrava credibile. Non era il primo magistrato a dirmelo, e quindi non me ne meravigliai. Certo, la parte maliziosa di me pensò anche che forse stavamo entrando nel classico schema dei film polizieschi, poliziotto-buono/poliziotto- cattivo, con Salvini che si proponeva nelle vesti del primo. Così gli dissi: “Lei mi sembra davvero il poliziotto buono, e credo che non stia fingendo. Ma quello che è successo a Bologna non è solo l’operato di alcuni poliziotti cattivi: lì si sono messi d’accordo in molti perché il processo finisse come è finito. «Alla fine gli chiesi, visto che era il poliziotto buono, di fare alcune verifiche che riguardavano in parte anche il processo di piazza Fontana: avevo letto sui giornali che da Santo Domingo era stato estradato un certo “zio Otto”, che collaborava alle indagini. Poteva domandare a quel signore se conosceva Cavallini? Salvini interrogò Digilio, che non solo confermò di conoscere Cavallini, ma disse addirittura di ricordare un appuntamento che avevano per la mattinata del 2 agosto. Ricordava anche di essere stato in forte ritardo, che di conseguenza Cavallini gli aveva telefonato al poligono di Mestre e che lui gli aveva detto di lasciargli l’arma su cui doveva lavorare in una busta di cellophane, vicino a una finestrella. Aggiunse che aveva poi trovato la busta e puntualmente eseguito il lavoro.»
Sostanzialmente Fioravanti, che aveva avuto l’opportunità di incontrare Digilio subito dopo la sua estradizione presso l’infermeria del carcere di Rebibbia dove a quel tempo lavorava, ha chiesto ed ottenuto dal giudice Salvini – per quanto questi possa esserne stato inconsapevole - di costruirgli un alibi, sia pure indiretto, anche se esso poi per alcune contraddizioni non reggerà nel corso del successivo procedimento per calunnia istruito dal PM Giovagnoli. Ed il giudice Salvini si preoccuperà anche di segnalare nel suo provvedimento, riferito ad una ipotesi criminosa diversa da quella coltivata dai giudici di Bologna, che gli elementi con i quali era stato smentito l’incontro Cavallini-Di Giglio del 2 agosto non potevano essere ritenuti attendibili. Una condotta semplicemente sorprendente.
Dopo un precedente di questo genere non è possibile attribuire un qualche valore neanche alle dichiarazioni del figlio di Massimo Sparti che, peraltro, al tempo dei fatti aveva solo 11 anni e per tutti i successivi 20 anni fu in rotta e lontano dal padre a seguito della separazione dei genitori. Il tentativo di oltraggio alla verità segue lo stesso schema, un po’ ingenuo, un po’ paradossale nella illusione disperata di trovarsi di fronte ad un castello privo di fondamenta.
E quello di Sparti è, come si è visto, solo un frammento di un quadro di riferimento basato su una molteplicità di risultanze profondamente scandagliate da tanti giudici, e nel corso delle diverse fasi di ben due distinti processi (quello a carico di Mambro e Fioravanti e quello a carico di Ciavardini) ed all’esito di un contraddittorio che ha sempre consentito agli imputati di esprimere a pieno tutte le possibili deduzioni difensive. Andrea Colombo ha voluto deliberatamente disconoscere la lealtà dei giudici in questo sforzo leale e trasparente verso la verità. Libero di farlo. Continuiamo a chiederci perché lo abbia fatto.
Ma duole, e profondamente, che molte persone, in buona fede, possano essere cadute in errore fidandosi del suo accreditamento. Una leggerezza – nella più benevola delle ipotesi - che ha rappresentato però una ulteriore e pesante offesa al dolore dei tanti parenti delle vittime e dei cittadini che hanno sentito ancora una volta insidiata la loro fiducia nelle istituzioni; ed un insulto all’impegno di quanti non hanno mai smesso di investire tutte le proprie energie nella ricostruzione della verità e come il sostituto romano Mario Amato hanno perso anche la vita nel più assoluto isolamento da parte di dirigenti e colleghi.
Con queste riflessioni certamente incomplete non si intende tanto difendere il processo e le due sentenze definitive sulla strage del 2 agosto 1980, quanto piuttosto mettere tutti coloro che vorranno cimentarsi in una analisi storica più approfondita al riparo da operazioni di revisionismo, dettate da interessi strumentali e/o comunque contrastanti con dati di fatto che appaiono tendenziosamente pretermessi. Sono operazioni preoccupanti perché vengono oggettivamente a rappresentare il seguito quasi fisiologico di tutta una serie di depistaggi, iniziati con quelli dei servizi segreti, accertati con sentenza passata in giudicato, e poi continuati con una persistenza ossessiva per tutto il corso del processo (caso Ciolini, caso Sinibaldi, collegamento Ustica/Bologna, etc.) ed ora anche dopo la sua conclusione.
Certo, nonostante gli sforzi investigativi e giudiziari, rimangono ancora molti lati oscuri, che tuttavia non inficiano alcune certezze cui si è pervenuti. E da queste che occorrerà partire se si vorranno aggiungere altri squarci di verità. Passato il tempo dell’accertamento giudiziario, è giunto quello dell’analisi storica, alla quale l’Associazione dei familiari delle vittime ed il Centro di Documentazione sullo stragismo hanno sempre dato ed intendono dare ogni possibile contributo mettendo a disposizione degli studiosi tutto il materiale processuale disponibile. Tale servizio in una prospettiva prossima verrà notevolmente potenziato essendo inserito nel progetto dell’Archivio Storico della città di Bologna, fortemente voluto dalle più importanti istituzioni culturali bolognesi e sostenuto da un rilevante sostegno economico delle due fondazioni bancarie bolognesi (la Fondazione Carisbo e la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna).
A cura del CEDOST
Bologna, 26 luglio 2007
[1] Nel corso del primo processo di appello, sfociato nell’assoluzione, fu posta in atto una campagna di delegittimazione dei magistrati che avevano svolto le indagini, che ebbe un grande impatto mediatico ancorché conclusa con l’archiviazione da parte del CSM.
[2] Argomento ripreso anche nel documento del 1979 di Mario Tuti, Giorgio Invernizzi ed altri, che sarà di seguito più volte richiamato.
[3] Andrea Colombo aveva già sostenuto reiteratamente dalle colonne del Manifesto la campagna a favore di Fioravanti e Mambro e, con molta foga, anche l’opportunità della loro partecipazione alla kermesse elettorale dei giovani di Forza Italia organizzata nel 2005 a Firenze dal commissario CRI Maurizio Scelli.
[4] Piazza Fontana (1969), Gioia Tauro (1970), Pz. della Loggia a Brescia (1974), treno Italicus (1974), stazione di Bologna (1980), strage del rapido 904 (1984), strage dei Georgofili (1993), accompagnate da una miriade di altri attentati di pari natura stragista e dagli omicidi di sindacalisti, magistrati e uomini delle forze dell’ordine.
[5] Il Vettore, accoltellato il 25/11/1980 nel carcere di Padova, dichiarò ai giudici:”Le stesse persone che mi hanno colpito mi hanno informato che la ragione della loro azione era quella di punirmi per aver parlato”. Dopo alcuni anni anche la moglie subì analoga aggressione.
[6] Una conferma è data dal fatto di avere il Fachini - secondo i riferimenti dei pentiti Mauro Ansaldi e Paolo Stroppiana - avvertito Jeanne Cogolli pochi giorni prima del 2.8.80 di allontanarsi da Bologna perché di lì a qualche giorno sarebbe accaduto qualcosa di grosso. E, difatti, Mario Guido Naldi e Jeanne Cogolli si allontanarono immediatamente per la Corsica. La Cogolli nega l’avvertimento ricevuto sostenendo di non conoscere Fachini, che invece la contraddice ammettendo di conoscerla e di averle affidato ilo compito di distribuire il suo giornale nella zona di Bologna.
[7] La prima sentenza di Appello del 18.7.1990 affermò che il preannuncio di Vettore non era significativo in quanto si riferiva ad “un fatto di terrorismo diretto contro un soggetto o un bersaglio determinato”. La seconda sentenza di Appello in data 16.5.1994 dimostra l’errore in cui erano incorsi i primi giudici di appello, evidenziando che dalla registrazione fonica delle dichiarazioni del Vettore dell’11.8.1980 risultava che egli aveva specificato che “si trattava di un fatto diverso dall’attentato al giudice Stitz” che non consisteva in “un attentato contro una persona”. La sentenza di primo grado, pur attribuendo essenziale rilievo a questa circostanza, ha assolto il Rinani dal reato di strage con la seguente motivazione, cui ha poi fatto rinvio la sentenza di appello per motivare l’assoluzione anche del Fachini:“RINANI non avrebbe potuto essere a conoscenza di dettagli esecutivi e addirittura dei periodi per i quali si programmava l'esecuzione degli attentati e dell'ordine nel quale sarebbero stati posti in essere, ma, soprattutto, non avrebbe potuto altrimenti esser messo a parte di un progetto di attentato -quale la strage alla stazione di Bologna- la cui paternità non avrebbe dovuto trapelare al di fuori della strettissima cerchia di persone” .
[8] Fu poi assolto insieme ai correi con la formula il fatto non sussiste.
[9] Sull’Espresso datato 24 agosto, ed in edicola dal 17, compariva una intervista in cui era scritto:
“ A Roma i Nar sono divisi in quattro gruppi diversi in gran disaccordo tra loro. C’è un certo “ Ciccio” che cerca di metterli d’accordo.....in comune hanno… la volontà di fare “qualcosa a qualunque costo” diventando così terreno ideale per qualunque provocatore…, è interessante notare che tutti questi gruppi stanno cercando di confluire in Terza Posizione … sarà un caso , ma la strage di Bologna è stata rivendicata , oltre che da due telefonate a nome dei Nar, anche da una telefonata a nome Terzo Potere, un gruppo che si suppone affiliato a terza Posizione…”. La moglie di Mangiameli nel corso dell’istruttoria aveva dichiarato- successivamente modificando la propria versione - di ricordare con certezza che alla lettura dell’articolo “la prima reazione [del marito] fu di risentimento nei confronti dello Spiazzi”, con il quale in tal modo egli ammetteva di essersi effettivamente confidato.
[10] La relazione del 28 luglio 1980 del Capo centro Sisde di Bolzano indirizzata alla direzione di Roma fu prima occultata – omettendone qualsiasi riferimento in occasione della esplicita richiesta fatta nell’immediatezza della strage dalla Procura di Bologna - e poi distrutta per ordine del direttore del Sisde, nel 1983 sette giorni dopo l’arresto del col. Amos Spiazzi. Essa riferiva l’esito di una missione da questi svolta nella capitale il 17 luglio 1980 ove aveva incontrato Francesco Mangiameli indicato come Ciccio e come persona che stava operando per conto del Delle Chiaie per il coordinamento delle 4 colonne Nar presenti nella capitale, di cui una sotto il suo controllo. Secondo l’informativa il Ciccio era anche alla ricerca di armi ed esplosivi ad ogni costo e senza limiti di prezzo.
[11] Tale documento potrebbe essere inteso anche come il tentativo di precostituire una prova della estraneità di Spiazzi al piano terroristico, dal momento che esso evidenzia una incongruità determinata dal fatto che il Furlotti entrò nelle indagini dei giudici di Bologna solo alla fine di agosto, mentre l’intervista all’Espresso, che nella sua logica ne dovrebbe costituire la conseguenza, risale alla metà di agosto. Ma lo Spiazzi avrebbe potuto essere informato dei contatti in corso tra gli investigatori e Giorgio Farina già prima che gli stessi fossero resi pubblici.
[12] Il coinvolgimento di Marco Affatigato nella strage fu segnalato anche nell’appunto consegnato ai primi del gennaio 1981 dal Gen. Musumeci al G.I.Gentile.
[13] Documento sulla Progressione Rivoluzionaria rinvenuto il 31 agosto in una cabina telefonica di Bologna, nella sua versione indirizzata a Mario Guido Naldi , il cui originale fu successivamente sequestrato nelle carceri.
[14] Tali temi venivano puntualmente ripresi e diffusi sotto l’aspetto più propriamente operativo dalla Rivista Quex , che vedeva in Mario Tuti , oltre che in Edgardo Bonazzi ed nello stesso Angelo Izzo, uno dei principali redattori. Nell’articolo Apologo dell’ottobre 1978 a firma Bonazzi\Tuti era scritto: “ Per questo l’atteggiamento del militante deciso ad intraprendere la lotta deve essere analogo a quello del cacciatore…Il cacciatore per garantirsi la sopravvivenza e lo sviluppo può benissimo distruggere col fuoco o con ogni altro mezzo utile quello che per lui non è l’ambiente di vita ma un mondo ostile e nemico le cui ceneri potranno essere concime per le sue coltivazioni…non deve essere legato ad alcun condizionamento o inibizione che possano far tremare la sua mano nel far partire il colpo o farlo esitare nello stroncare una intera pianta per cogliere un solo frutto…nel condurre la lotta rivoluzionaria deve essere libero di muoversi in ogni direzione, di infrangere tutti i tabù borghesi …e così il militante nazional- rivoluzionario deve avere ben presente che il suo obiettivo è la lotta per poter conquistare il diritto di vivere in maniera consona alla sua natura”. Nell’articolo < Una analisi tattica > pubblicato sul numero di marzo 1980 veniva scritto: “ Sia chiaro però che , anche quando parliamo di strategia , non abbiamo alcun dubbio sulla scelta tra un atto coerente con noi stessi , con il nostro onore individuale e di gruppo , pur se negativo in termini di <incidenza sociale> …Noi riteniamo che la rivoluzione < aristocratica> cioè la spinta verso la distruzione del dominio borghese possa essere oggi più correttamente definita <rivoluzione legionaria> …. la lotta che ci interessa, è la azione in sé… E’ dunque necessario formare i militanti attorno al problema dell’azione esemplare e qualificante affinchè si generi un movimento sostanzialmente diverso e legionario..” . Vi è poi il dattiloscritto <Qualcosa di muove> di Mario Tuti , sequestrato presso il Naldi , chè è veramente illuminante circa il rapporto tra il pensiero di Freda e l’azione dei Nar:“ A ormai dieci anni dalla pubblicazione del famoso saggio di Freda <La disintegrazione del sistema> questi ultimi mesi sono stati caratterizzati dall’emergere , tra i movimenti di lotta armata al regime, dei Nar – Nuclei Armati rivoluzionari- che sembrano appunto richiamarsi alle idee espresse a suo tempo dall’editore padovano. Questo gruppo nel breve volgere di un anno è passato dagli attentati dinamitardi e dalle esecuzioni isolate a complesse azioni di commando come il recente attacco a radio città futura…in cui è stata data prova di una <tecnica> perfetta nella scelta dell’obiettivo e nella condotta dell’azione”.
[15] Il periodo maggio 1980 coincide con i riferimenti di Giorgio Farina.
[16] Il mitra Mab rinvenuto il 13.1.1981 sul treno Taranto/Milano (ed ivi posto a fini di depistaggio dai servizi segreti per iniziativa del gen. Musumeci e del col. Belmonte) proveniva dall’arsenale che la banda della Magliana aveva in uno scantinato di un palazzo del Ministero della Sanità in Roma, arsenale condiviso con Massimo Carminati , amico di infanzia dei fratelli Fioravanti ed anch’esso terrorista nero.(Corte Ass. Appello Bologna 16.5.94 cap. XI par.5.2). Il riconoscimento avviene ad opera di Maurizio Abatino in relazione ad una modifica artigianale apportata al calcio del mitra.
[17] In data 22 luglio 1980 Mario Tuti scriveva a Franco Freda: “ Caro Freda,… Quanto alle “attenzioni” dei camerati di Roma, più che per la dedica (ndr si riferisce alla citazione di Tuti e Concutelli nel volantino Nar 24.6.80 di rivendicazione dell’omicidio del dr Amato) sono lieto del fatto che anche camerati con esperienze completamente diverse dalle nostre - e tali comunque da non poterli certo far accusare di velleitarismi sono arrivati autonomamente più o meno alle stesse conclusioni da noi indicate su Quex. Purtroppo dal loro volantino risulta che abbiamo avuto ragione anche a proposito del pericolo costituito dalle trame portate avanti dai resti dei vecchi movimenti . Certo che…la strategia spontaneistica dovrà essere superata in vista della creazione di un Movimento o Ordine… in vista della selezione e della <prova> dei camerati e delle gerarchie…”
[18] Il rinvio a giudizio di Mario Tuti per la strage del 4 agosto 1974 fu formalizzato il giorno 1 agosto1980 ma predisposto il giorno precedente.
[19] In data 13 luglio 1980 Mario Tuti scriveva ad Enrico Tomaselli e commentando l’omicidio del dr Amato e la validità della proposta spontaneista , così si esprimeva:“il loro comunicato( ndr quello dei Nar) è stata la migliore conferma delle nostre tesi , ed è veramente motivo di soddisfazione vedere che un gruppo di camerati operanti in un ambiente completamente diverso dal nostro e a diretto contatto con la realtà, sono giunti praticamente alle nostre conclusioni…”
[20] Si tratta della dichiarata intenzione di Valerio Fioravanti e Cavallini di uccidere Massimiliano Fachini contestualmente al Mangiameli, destino a cui il Fachini sarebbe sfuggito per la desistenza del Cavallini e\o per l’intervenuto arresto della vittima designata il 4 settembre 1980. Ne parlano Soderini, Mambro, Valerio e Cristiano Fioravanti, Calore.
[21] Paolo Aleandri, sodale di Fioravanti, avanti al Tribunale dei Minorenni l’11.6.1997 ha dichiarato: “…nessuno avrebbe mai ammesso di essere uno stragista per tutte le connotazioni che questa parola porta con sé, però credo che tutti , forse me compreso, adesso non posso ricordare i sentimenti, avrebbero in certe circostanze accettato poi di partecipare ad un episodio di strage.”
[22] “La strage indiscriminata – come ha scritto lo scrittore Gianni Flamini – ha lo scopo di propagare insicurezza e tensione, di piegare le istituzioni verso un possibile sbocco autoritario, lo scopo di ricattare gruppi di potere avversi ed infine quello, favorito da connivenze e da omertà istituzionali, di consolidare nell’opinione pubblica l’immagine di uno Stato incapace di reagire e fare giustizia. Obiettivo, quest’ultimo, destinato a premiare due volte i terroristi ed i loro ispiratori, dandogli impunità e credibilità politica”.
[23] Mario Tuti, prima condannato e poi assolto “per insufficienza di prove” dalla accusa di essere stato l’autore della strage al treno Italicus, fu condannato in via definitiva per avere collocato ordigni sulla stessa linea ferroviaria in tre occasioni a cavallo tra il 1974 ed il 1975.
[24] Sull’Unità del 25 maggio 2007 pag.11.
[25] La nutrita corrispondenza tra Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Mario Tuti, allorché erano tutti detenuti (in data 9.11.82,16.11.82,22.11.82,14.11.82), palesa quel rapporto di <filiazione> politica dei giovani Nar rispetto alla figura carismatica del Tuti (ed anche del Concutelli) che era stato già pubblicamente rivendicato nel volantino Nar sull’omicidio Amato.
[26] Francesca Mambro si era lasciata scappare per prima nel corso dell’interrogatorio del 29.3.1982: “Luigi Ciavardini è venuto con noi a Treviso…tant’è vero che il 2 agosto , giorno della strage, io, Ciavardini, Cavallini e Valerio eravamo a Padova tutti insieme”. E’ come se avesse detto: “Del 2 agosto 1980 ne rispondiamo tutti e quattro insieme io, Valerio, Cavallini e Ciavardini”. Da quel momento anche gli altri tre cambieranno versione includendo nella compagnia del 2 agosto anche Ciavardini, che in precedenza avevano sempre tenuto fuori per evitare di rimanere coinvolti dai suoi errori o dalla sua maggiore fragilità.
[27] In “Contributi alla verità sul sito www.stragi.it
[28] L’Istituto Pollio fu indirettamente finanziato dal Sifar, i servizi segreti dell’epoca.
[29] Il cui Vicepresidente di allora, Zilletti, poi risultò negli elenchi della Loggia Massonica P2 facente capo a Licio Gelli.
[30] Il rapporto di <filiazione> politica dei giovani Nar rispetto alla figura carismatica del Tuti (ed anche del Concutelli) era stato già pubblicamente rivendicato nel volantino Nar sull’omicidiodr Amarto.
[31] Fioravanti il giorno dell’omicidio Amato si lasciò andare in una cittadina del Veneto ad una plateale lite con un benzinaio proprio in coincidenza temporale con la esecuzione del delitto.
[32] La seconda sentenza di Appello osserva:“Valerio Fioravanti e Francesca Mambro all’epoca erano giovanissimi e verosimilmente permeabili alle lusinghe di “cattivi maestri” e attendibilmente furono strumento di personaggi che preferirono restare nell'ombra e gettarli allo sbaraglio”
[33] Se ne dà conto in una apposita informativa, allegata agli atti del processo, dell'ufficio “I” - il servizio segreto militare - della divisione Ariete nella quale Fioravanti prestò servizio militare quale ufficiale di complemento.
[34] La sentenza della Corte di Assise di Roma in data 2/5/1985 ha accertato che dopo il furto nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 78 di un lotto di 72 bombe a mano da parte di Valerio Fioravanti , dal reparto militare ove svolgeva il servizio militare di leva a Pordenone, le stesse vennero portate a Roma e temporaneamente custodite a casa dello Sparti .
[35] Il cadavere fu scoperto solo perché il livello nel laghetto si abbassò notevolmente per effetto del prelievo eccessivo di acqua da parte dei contadini della zona dovuto al forte caldo.
[36] Il fratello Cristiano si dimostra in proposito scettico. Roberto Fiore esclude anche la possibilità che l’omicidio sia da attribuire ad un ammanco di danaro del quale il Mangiameli si sarebbe impossessato.
[37] Scrive la seconda Corte di Assise di Appello: “Può dirsi tranquillamente accertato… che Sergio Picciafuoco aveva frequentato l'ambiente di Radio Mantakas in epoca di poco antecedente alla strage…. Tale frequentazione aveva comportato che l'imputato avesse contatti con esponenti di Terza Posizione”, tra i quali furono indicati Fiore ed Adinolfi. Ed esponenti di radio Mantakas di Osimo dettero rifugio a Ciavardini nel corso del mese di settembre 1980, quando egli era ricercato per l’omicidio Evangelisti. Altro documento falso utilizzato dal Picciafuoco portava lo stesso numero di documento falso utilizzato da persona (Riccardo Brugia) che frequentava il gruppo di Fioravanti. Altrettanto accertato il soggiorno in Sicilia del Picciafuoco dal 19 al 25 luglio, giusto in coincidenza con il soggiorno di Fioravanti e Mambro a Trefontane. Il Picciafuoco è stato assolto per il solo fatto che, nonostante i collegamenti accertati, non è stato possibile stabilire quale ruolo egli abbia avuto nella esecuzione della strage.
[38] L’indirizzo di questo documento fu anche rinvenuto annotato su una agenda di Mangiameli.
[39] Viene da pensare che sia stato tratto spunto dal nome della pasticceria Vailati di Milano, situata in via Vitruvio 9 (in prossimità della Stazione Centrale) e che il falso sia stato confezionato di fatto a Milano. Da sottolineare anche la relazione tra Vitruvio ed Eraclio: il ricettario chiamato Eraclio è il più antico compendio in materia di tecniche artistiche e artigianali del medioevo, nella forma letteraria, particolarmente curata per la presenza dei versi, vi si trovano influenze di concetti riscontrabili in Vitruvio (http://it.wikipedia.org/wiki/Eraclio). Eraclio fu l’imperatore di Bisanzio nato il 575. Sant’Adelfo (dal greco Adelphòs) fu vescovo di Metz nel V secolo.
[40] Da “Contributi alla verità dell’avvocato dello Stato Fausto Baldi” sul sito www.stragi.it .